Itinerari

Villa Le Zagare si trova in una posizione unica da cui poter raggiungere in breve tempo molte mete oggetto dei desideri delle vostre vacanze.

Potete scegliere le ambientazioni più diverse per le escursioni giornaliere: rotolare giù dalle montagne di sabbia di Santo Saba, passeggiare tra i megaliti dell’Argimusco, immergervi nelle Piscine di Venere a Milazzo, degustare un buon vino dell’Etna circondati dallo scenario lunare della pietra lavica, arrampicarvi sul vulcano dello Stromboli, fare un salto nel passato del Padrino di Francis Ford Coppola a Savoca, godervi uno spettacolo al Teatro Antico di Taormina, i mercati di Palermo, la storia di Siracusa e Catania o semplicemente tuffarvi nel blu del nostro meraviglioso mare.

Tante altre mete sono a portata di mano, a voi la scelta…

Palermo

E’ stata città fenicia, greca e romana, capitale araba, terra di conquista per normanni, svevi, francesi e spagnoli. Secoli di storia e di dominazioni hanno segnato il capoluogo siciliano, città dai mille volti, crocevia di popoli, amalgama di culture e tradizioni diverse, bella ed immensa. Palermo mostra con orgoglio le testimonianze del suo passato che rivive nella grandiosità del suo patrimonio artistico e architettonico.  Nella “città delle delizie” convivono armoniosamente cupole arabe, chiese dal gusto barocco, palazzi in stile liberty, teatri neoclassici, settecenteschi spazi verdi e brulicanti mercati storici, simili ai suq arabi. Non è un caso che nel 2015 il centro storico di Palermo sia entrato a far parte del Patrimonio dell’Unesco. Molteplici le cose da vedere tra cui svettano la Cattedrale, la Cappella Palatina e Palazzo dei Normanni, le Catacombe dei Cappuccini, la Chiesa della Martorana, la Fontana Pretoria, i banchi colorati dei mercati e a pochi chilometri da Palermo la Cattedrale normanna di Monreale. Difficile concentrare in poco tempo una visita alla città innegabilmente splendida segnata dalla dolcezza del clima e la straordinaria cucina.

Cattedrale di Palermo | © Simona Bonanno

Cefalù

Splendida località turistica e balneare, ogni anno meta di migliaia di turisti che vi giungono da diverse parti del globo per trascorrere le vacanze. La cittadina è adagiata in una posizione panoramica straordinaria, sovrastata da un’altura che cade a picco sul mare turchino, la Rocca, sulla quale domina ancora il falco pellegrino e la macchia mediterranea la fa da padrone. Il rapporto tra Cefalù e la sua Rocca è sempre stato molto stretto, tanto che, secondo alcuni storici, lo stesso nome antico greco della città, ‘Kephaloidion’, deriverebbe da ‘kefalis’, cioè ‘testa’, che ricorda appunto la forma della caratteristica rupe. Nella città sono disseminate tracce del sistema viario ellenistico-romano, segno della dominazione dell’Impero Romano d’Occidente. Da Cefalù passarono anche i Vandali e i Goti, troviamo tracce dell’Impero d’Oriente, poi degli Arabi e quindi dei Normanni. Poche le impronte lasciate dai Bizantini (alcuni resti di fortificazioni); solo negli usi e costumi quelle riferibili agli Arabi che conquistarono Cefalù nell’858; magnifiche e monumentali quelle pervenuteci dai Normanni. Nella prima metà del 1700, apertasi all’Europa, la cittadina comincia ad essere meta dei viaggiatori del Grand Tour. Passeggiando si possono ammirare, tra le facciate e le stradine, scorci e tracce di ogni civiltà.  Cefalù, che fa parte del Parco delle Madonie, è inclusa nel club de “I borghi più belli d’Italia“. Il duomo della città inserito nel sito “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale” nel 2015 è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Cefalù vista dal mare | fonte: web CC0 Creative Commons

Argimusco

Candidato a diventare patrimonio dell’Unesco, questo sito, erroneamente definito la “Stonehenge siciliana”, è uno spettacolare altopiano in cui si trovano numerosi formazioni rocciose naturali di arenite di quarzo, solo alcune di esse sono state lavorate dalla mano dell’uomo. 10 di queste rappresentano le costellazioni presenti nel cielo estivo, per tale motivo l’Argimusco è chiamato “Lo Specchio delle Stelle”. Incastonato tra l’Etna, i Nebrodi, i Peloritani ed il cielo offre uno scenario tale da essere stato utilizzato, nel corso dei secoli, per scopi di osservazione e studi astronomici, un vero e proprio santuario naturale dove nell’antichità si svolgevano riti e culti sacri legati alle divinità della terra e del cielo. Le rocce sono delle forme più svariate, spesso riconducibili a figure simboliche: l’Aquila, il Pellicano, il Gufo, il Serpente, l’Orante ed altre ancora creano in questo luogo magico un rifugio per l’anima. 

Statua megalitica dell’Aquila, Argimusco | fonte: web CC0 Creative Commons 

Tindari e Marinello

Fondata sul sito del centro siculo Abaceno nel 396 a.C. da Dionigi I di Siracusa al fine di stabilire un avamposto militare contro eventuali incursioni cartaginesi, Tyndaris fu una delle ultime colonie greche della Sicilia. Cresciuta rapidamente, la città esercitò un ruolo strategico di grande importanza a guardia delle vie marittime tirreniche e visse tutte le travagliate vicende dei confitti tra sicelioti, cartaginesi e romani per il controllo dell’isola. Occupata dai cartaginesi, fu conquistata dai romani che li sconfissero. Sotto Augusto, divenne una delle cinque colonie romane godendone tutti i privilegi. Una frana di grandi proporzioni, un terremoto, e le devastazioni degli arabi che distrussero la sede vescovile istituita dai bizantini, misero fine all’epopea di Tyndaris: ma la sua bellezza sopravvisse.
Il teatro, costruito alla fine del IV secolo d.C., fu completamente ristrutturato e trasformato in arena durante l’epoca romana, con la demolizione, purtroppo, anche della struttura della scena. I resti della Basilica (I sec. a.C), delle terme (II sec d.C.) con i loro mosaici e delle case romane con cortili e colonne risalenti al periodo imperiale completano l’area archeologica circondata da ampi tratti di antiche mura.
Il Santuario della Madonna di Tindari sorge sul sito dell’antica agorà, proprio in cima al capo Tindari. E’ meta di pellegrinaggi per via dell’effige della Madonna Nera. Le origini di questa statua sono legati ad una leggenda, secondo la quale, la scultura si trovava a bordo di una imbarcazione che, 
approdata a Tindari, non riuscì più a ripartire. Una volta che i marinai ebbero depositato il carico, compresa la statua, la nave riuscì a riprendere il mare. La statua fu subito portata sul colle all’interno di una piccola chiesa che diventò sempre più grande al fine di accogliere i molteplici pellegrini. Il Santuario, così come lo possiamo vedere oggi, si trova su un promontorio a strapiombo sul mare, in corrispondenza dell’antica acropoli, dove era stata costruita una piccola chiesa. La statua della Madonna Nera è scolpita in legno di cedro e arriva, molto probabilmente, da Oriente. La Chiesa fu distrutta nel 1544 dai pirati algerini per poi essere ricostruita qualche anno più tardi. Ogni anno, il 7 settembre, si svolge la festa del Santuario.

Scendendo verso il mare molto affascinante è la Laguna di Oliveri, oggi riserva naturale. Formata da cordoni litorali di sabbia e ghiaia e da tre laghetti: Verde, Marinello e Vergolo. A questa spiaggia sono legate diverse leggende e una delle più note narra che la spiaggia si fosse formata in seguito alla caduta di una bimba dalla terrazza del Santuario sovrastante. Sul costone che domina la spiaggia si trova una grotta che secondo un’altra leggenda era abitata da una maga che attraeva i marinai per poi divorarli. Quando i suoi incantesimi non funzionavano la maga sfogava la sua rabbia bucando le pareti di roccia con le sue dita e a questo sarebbero dovuti i piccoli fori che si trovano sulle pareti della grotta. Oltre che per le leggende, questa spiaggia fa parlare di se anche per la sua bellezza. La poco lontana spiaggia di Marinello è punto di partenza di entusiasmanti escursioni di snorkeling o immersioni subacquee lungo le bellissime insenature del golfo di Patti. Dopo una giornata di turismo culturale e naturalistico niente di meglio di una cena con degustazione dei vini dell’area del Mamertino Doc.

Santuario del Tindari | fonte: web CC0 Creative Commons

Isole Eolie

Sulle rotte dei mitici Ausoni, a Nord Est della costa siciliana l’arcipelago delle Eolie dispiega, a ventaglio, le sue sette isole incantate. Le Eolie, sin da remota antichità, furono colonizzate da popoli interessati allo sfruttamento dell’ossidiana, materia insuperabile per fabbricare utensileria da taglio. Tra il XVI ed il XIV secolo a.C., le isole divennero una importante tappa commerciale, sulla via dei metalli, in modo particolare sulla rotta dello stagno, che dalle isole britanniche scendeva sino ad Oriente, transitando per lo Stretto di Messina. Successivamente, in epoca romana, l’arcipelago prosperò sul commercio degli zolfi, dell’allume e del sale, via via decadendo, sino all’abbandono definitivo, determinato da ulteriori eruzioni vulcaniche e dalla sua designazione, scaturita dal II Concilio di Nicea, a dimora del diavolo ed a luogo delle manifestazioni fisiche di questa inquietante presenza. In epoca normanna si ebbe una progressiva ripopolazione delle isole che si avviarono a vivere una vera stagione di splendori. Proclamato nel 2000 dall’Unesco Patrimonio culturale dell’umanità, l’arcipelago delle Eolie è formato da sette isole: Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea, Salina, Stromboli e Vulcano. Tutte e sette sono delle isole di origine vulcanica, ma solo i vulcani di Stromboli e Vulcano sono ancora attivi.

Vulcano appare ancora un relitto da preistoria del mondo, perennemente fumigante fra flutti e fanghi ribollenti di gas. La bocca eruttiva si leva a 386 metri d’altezza, dove il cratere, raggiungibile senza troppa fatica, affaccia il suo crinale a dominare i porti di Levante e di Ponente e la Valle dei Mostri. Sulla costa, a nord ovest dell’isola, si apre, imponente, la Grotta del Cavallo, lungo il litorale selvaggio e semideserto che inclina dolcemente verso le nere spiagge di Gelso sovrastate dalla macchia di euforbie e da contorte vegetazioni di fichi d’India.

Lipari, il cui vivace e pittoresco approdo è dominato dalla rocca riolitica sulla quale sorge l’antica Cività, è sempre stata, il cuore dell’arcipelago. Il suo Museo Archeologico, uno tra i più interessanti del Mediterraneo, conserva le innumerevoli testimonianze dei cinquemila anni di civiltà perfettamente leggibile negli scavi a cielo aperto racchiusi tra le poderose mura bastionate. A Lipari si impone un itinerario vulcanologico, giocato fra colate d’ossidiana e distese biancheggianti di pomici. Ineguagliabili sono i panorami che, dalle alture di Quattrocchi, si godono verso le monumentali scogliere del Perciato, presidiate dalle quinte scenografiche dei faraglioni oltre i quali si levano i fumi gassosi e sulfurei di Vulcano. Il centro storico è un amabile salotto umbertino sul cui scenario si aprono finestre e balconi lievi come merletti dalle cui balaustre scendono cascate multicolori di gerani e di delicati garofani.

Salina deve il suo nome ad un’antica salina, ma in passato era denominata Didyme, cioè gemella, in greco, in relazione ai due caratteristici vulcani che possono far vedere come doppia l’isola da lontano. Qui non bisogna tralasciare una visita al Monte Porri e al Monte Fossa delle Felci. In quest’ultimo, a quasi mille metri d’altitudine, l’antico cratere è stato colonizzato da gigantesche felci aquiline che si aggiungono alla rigogliosa vegetazione di Salina conferendole un aspetto tipicamente tropicale. Scenario unico il cratere sommerso di Pollara.

Non lontano da qui, Filicudi ed Alicudi, si stagliano contro l’orizzonte. Entrambe lontane dai clamori del turismo d’assalto, le due isole offrono spazi di abbandono e di meditazione impensabili alla latitudine chiassosa della nostra civiltà. Nei pressi della Canna, fondali ricchi di spugne e di coralli offrono inaspettate scenografie per gli appassionati della fotografia subacquea.

Altro luogo di grande fascino, nell’arcipelago, è costituito dagli scogli basaltici di Basiluzzo, Dattilo e Lisca Bianca che fronteggiano Panarea, con la quale, come narra Strabone, costituirono un tempo un’unica isola, Evonimos, che un cataclisma scompose in quelle attuali. Solitudini monumentali caratterizzano questo gruppo di scogli in vicinanza dei quali, da imponenti bocche di fumarole sommerse, si levano gorgoglianti bolle di vapori gassosi che, nell’antichità, furono probabile luogo di un culto dedicato ad Hefesto. Panarea la più piccola delle Eolie ne rappresenta il fiore all’occhiello.

Proseguendo verso nord-est si staglia Stromboli terra di “Iddu”, il vulcano, come lo chiamano gli isolani. l’isola circondata da sabbia nera conserva ancora un’atmosfera quasi mistica, è un magnete per escursionisti e studiosi o semplicemente per coloro i quali desiderano godersi una vacanza lontano dalla frenesia estiva pur essendo baciati dal sole caldo della Sicilia. Il mare è scuro e profondo. La notte dalle imbarcazioni è possibile vedere e sentire l’attività del vulcano che lascia rotolare giù tizzoni di lava ardenti che ribollono al contatto con l’acqua lungo la sciara.

 Strombolicchio all’alba | © Simona Bonanno

Milazzo

Milazzo fu chiamata dal Mito “penisola del sole” e collocò sulle sue sponde gli armenti del Dio e la grotta di Polifemo visitata da Ulisse, proprio di fronte alle Isole del Re Eolo custode e governante dei venti.
E sempre qui la storia incrociò i destini del Console romano Caio Duilio che vi batté in mare i Cartaginesi e di Ottaviano che sconfisse Pompeo aprendo per Roma il secolo del massimo splendore e potenza. Federico II di Svevia vi eresse uno dei suoi piú importanti castelli che oggi é il piu esteso di tutta la Sicilia. Giuseppe Garibaldi che ultimó la conquista della Sicilia dormì sugli scalini della chiesa di Santa Maria Maggiore mangiando pane e cipolla come raccontavano i popolani del rione marinaro di Vaccarella.
Oggi Milazzo é una lingua di terra emersa che si protende nel basso mar Tirreno per circa sette chilometri verso le Isole Eolie, per le quali é da sempre il porto naturale e privilegiato di partenza.
II bellissimo Castello, monumento nazionale domina l’istmo che collega l’antico Borgo di Milazzo con la Piana. La fortificazione ebbe inizio sotto il dominio arabo tra il IX e il X sec. nel luogo che era stato acropoli ai tempi dei Greci, modificato ed ampliato nell’arco dei secoli. Assunse l’aspetto di una vera e propria fortezza in seguito agli interventi di Federico II di Svevìa. II complesso che noi ammiriamo oggi è il risultato di secolari trasformazioni che nel tempo hanno visto susseguirsi greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, inglesi…
Oggi all’interno del castello risiede la scuola d’arte e artigianato. Mani sapienti, antiche tecniche, artigiani appassionati proseguono una tradizione felice. Dalla sommità del castello si può godere un bellissimo panorama sulla baia del Tono, sul Capo, sulla Cittadina e uno stupendo tramonto sulle isole Eolie.
Quello di Milazzo è un porto commerciale e turistico tra i più trafficati del Tirreno ed è anche il luogo ottimale da cui iniziare il giro del centro città o da cui partire per gite alle Isole Eolie con barca privata e skipper. Continuando a camminare si raggiunge il quartiere marinaro di Vaccarella ricco di locali tipici e turistici.
La spiaggia di Ponente, lunga, assolata e servita da numerosi lidi, è la prima spiaggia che si incontra allontanandosi un po’ dal centro città. Andando verso l’insenatura del Tono inizia il promontorio del Capo. Da qui al nostro sguardo si offrono più di10 km di anfratti, grotte, calette, spiagge, leggende che culminano nelle Piscine di Venere, un angolo di paradiso posto all’estremità del capo e raggiungibile sia a piedi che via mare.

Piscine di Venere, Milazzo | © Simona Bonanno

Monti Peloritani

I Monti Peloritani costituiscono la sezione più orientale della catena settentrionale della Sicilia e sono così denominati dal Pelorus mons degli antichi, dal quale viene il nome al noto promontorio Capo Peloro, altrimenti detto Capo Faro. Esso rappresenta il vertice più orientale della Sicilia, posto all’estremità Nord dello Stretto di Messina e dista 3 km dalla costa calabra. I Monti Peloritani raggiungono le maggiori altezze col Monte Poverello (1279), col Monte Scuderi (1253) e con l’Antennamare (1130); poi, sempre più declinando, terminano verso il Capo Rasocolmo e il villaggio di Spartà con forme meno acute. Sui Peloritani esistono foreste di quercia, leccio, sughera, pini e castagno. Nelle zone più impervie si sono conservati piccoli lembi di bosco naturale di roverella e di leccio o di macchia mediterranea con predominanza di ginestre. Le attrattive di una gita sui Peloritani sono molteplici: passeggiate in mezzo ai boschi con possibili soste nelle numerose aree attrezzate, birdwatching, “passeggiate” sugli alberi nel “Parco Avventura dei Monti Peloritani“. Qui è possibile, in totale sicurezza, passare da un albero all’altro grazie a piattaforme sospese, cavi d’acciaio, ponti tibetani, tirolesi (carrucole), corde e scale, mettendo alla prova il proprio equilibrio e la concentrazione insieme a un po’ di esercizio fisico.

Alla fine di una giornata sui Peloritani è imperdibile la vista dall’Antennammare e la visita al suo piccolo Santuario, dalla quale è possibile ammirare l’Etna, la costa Ionica, lo Stretto di Messina, la costa tirrenica e le Isole Eolie da un unico punto di visuale, meglio ancora al tramonto.

Lo Stretto di Messina visto dai Peloritani, Messina | © Simona Bonanno

Messina

Tra le prime colonie elleniche della Sicilia, Messina, l’antica Zancle, ovvero “falce” per la singolare forma del suo porto, fu fondata dai coloni provenienti da Cuma e da Calcide, intorno al 756 a.C. La sua vicenda storica sarà, da allora, sempre connessa all’importanza economico-strategica del sito: conquistata e riconquistata da Sicelioti e Cartaginesi, sarà poi la prima colonia romana in Sicilia e raggiungerà una posizione di grande rilievo, tanto da essere definita da Cicerone “civitas maxima et locupletissima”. Protometropoli con i Bizantini, ricca ed opulenta con i Normanni, importante porto militare angioino: tale periodo di splendore durerà parecchi secoli, durante i quali all’importanza politica ed al grande sviluppo urbanistico-monumentale farà da contraltare lo splendore della cultura, così che vi fioriranno letterati ed umanisti, pensatori ed artisti, su cui spicca il nome di Antonello. Poi gli Spagnoli, la pestilenza del 1743, i terribili terremoti del 1783 e del 1908 (che distrusse il 90% dell’abitato) ed i bombardamenti alleati del 1943, ne ridimensionarono il ruolo. Ricostruita la città, i messinesi hanno saputo recuperare anche una cospicua parte del patrimonio storico, monumentale ed artistico, restituendole il ruolo che compete alla città di Antonello. Devastata nel sisma del 1783 e rasa al suolo in quello del 1908, Messina racchiude due città in una. Dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco all’Ottocento, nove secoli di storia dell’arte mostrano ancora, i loro sontuosi resti. Ricostruita tra il 1912 e gli anni Trenta, la nuova Messina propone un’immagine sobria ed elegante, caratterizzata ad un tempo dall’esuberanza di originali decorazioni. Incontriamo, così, palazzetti signorili di linea eclettica, forme goticheggianti e neorinascimentali, neobarocche e neoclassiche, liberamente contaminate da motivi liberty e moreschi, edifici classicheggianti, in puro stile razionalista. 
Il decoro urbano di Messina venne arricchito di numerosi e fastosi complessi scultorei sorti a partire dal XVI secolo. Tra questi spiccano la Fonte di Orione (che raffigura uno dei mitici fondatori della città) e la Fontana del Nettuno, che rappresenta Nettuno che placa il mare dello stretto, entrambe del Montorsoli.
Il Duomo, stupenda costruzione Normanna, realizzata nel 1160 sotto il regno di Re Ruggero II e rimaneggiata nel 1300 e nel 1500, è una delle chiese più antiche della Sicilia ed è simbolo delle sventure della città dello Stretto ma anche della voglia dei messinesi di non piegarsi mai di fronte all’ineluttabile. Già nel XIII secolo fu vittima di un violento incendio, poi dei terremoti del XVII e XVIII secolo, quasi interamente distrutto da quello del 1908 e, una volta ancora ricostruito, fortemente danneggiato dalle bombe americane, nel 1943. Oggi conserva nella splendida facciata tre magnifici portali del XV e XVI secolo. Adiacente al tempio il bel Campanile, più volte ricostruito, il quale ospita il più grande orologio astronomico del mondo, realizzato nel 1933 a Strasburgo: composto da numerosi quadranti animati indicanti ore, giorni, mesi, pianeti e feste religiose, esso dà luogo a mezzogiorno ad un vero e proprio spettacolo musicale e di animazione. Spettacolo da non mancare, così come l’ascesa al campanile stesso (65 m.)
Nel centro città insistono i resti della chiesa di Santa Maria d’Alemanna, importantissimi in quanto sono l’unico segno di architettura gotica siciliana. Il tempio fu edificato nella prima metà del XIII secolo per l’Ordine dei Cavalieri Teutonici.
La Chiesa di Santa Maria Annunziata dei Catalani è uno dei tesori più preziosi di Messina. Eretta nella seconda metà del XII secolo durante il regno dei Normanni, probabilmente su di un tempio preesistente, è caratterizzata da una semplice ed elegante facciata duecentesca, nella quale si aprono tre portali, dalla cupola e dalle splendide absidi. Elegantissimo esempio di riuscita fusione di stili – bizantino, romanico, arabo e normanno – il tempio ha un interno a tre navate su colonne con volta a botte e crociera e la cupola poggiante su pennacchi bizantini.
La Pinacoteca del Museo Regionale ospita tre capolavori assoluti: il ‘Polittico di San Gregorio’ di Antonello da Messina (1473), la ‘Adorazione dei pastori’ e la ‘Resurrezione di Lazzaro’ del Caravaggio (1608-9).

Duomo di Messina e Fontana di Orione, Messina | © Simona Bonanno

Stretto di Messina

Lo Stretto di Messina è un braccio di mare che collega il Mar Ionio con il Mar Tirreno e separa la Sicilia dall’Italia continentale. Esso è il punto di separazione tra due bacini, Ionio e Tirreno, contigui ma distinti fisiograficamente, aventi acque con caratteristiche fisico-chimiche ed oscillatorie diverse, causa di forti correnti opposte che provocano suggestivi e sorprendenti fenomeni idrodinamici.
 Lo Stretto di Messina, trovandosi lungo una delle principali direttrici migratorie del Mar Mediterraneo, è un punto fondamentale di transito per la migrazione di numerose specie animali. Le più conosciute e rilevanti sono i grandi pelagici, cioè tonni, alalunga, palamita, aguglia imperiale ed il pescespada. Le caratteristiche idrodinamiche e la “ricchezza” dello Stretto determinano il transito in acque superficiali di questi pesci che possono essere catturati con le particolari barche chiamate feluche o passerelle, attive solo in questa parte del Mar Mediterraneo. Nella molteplice varietà di pesci presenti il più apprezzato è il pesce spada che vi giunge, ogni anno fra marzo e luglio dalle lontane regioni polari per deporre le sue uova.
Quella del pesce spada è una pesca molto caratteristica praticata all’antica maniera dei fenici. Si può organizzare una giornata sulla feluca per ammirare la pesca. 
I suggestivi fenomeni idrodinamici di cui si parlava hanno alimentato una ricca mitologia: Omero, nell’Odissea, parlava di Scilla, dolce fanciulla innamorata di Glauco, trasformata da Circe in un terribile mostro a sei teste. La mostruosa figura, incutendo timore ai naviganti che cercavano di avvicinarsi alla costa, scatenava tremende tempeste. 
Sulla sponda sicula dello Stretto c’era invece Cariddi, trasformata da Giove in terribile mostro in quanto colpevole di avere rubato i buoi ad Ercole.
 Il mito di Scilla e Cariddi, oltre che da Omero, fu cantato da Dante, Virgilio, Ovidio. Sullo Stretto di Messina è possibile praticare tutti gli sport acquatici e subacquei in uno scenario suggestivo e partecipare alle battute di pesca al pescespada. Esplorando la costa tirrenica, tra Villa Le Zagare e Punta Faro, si incontrano numerose magnifiche spiagge. Tra queste la spiaggia di Capo Rosocolmo, famosa per le sue Montagne di sabbia. Il punto d’arrivo dell’esplorazione è la spiaggia di Capo Peloro dove si “incontrano” il Mar Tirreno e lo Ionio e si gode di un panorama mozzafiato dello Stretto di Messina con i suoi gorghi e di Torre Faro, suggestivo borgo di pescatori.

Stele della Madonna della Lettera nel porto di Messina | © Simona Bonanno

Savoca

Arroccato sopra un colle roccioso, circondato da agrumeti, vigneti e uliveti, sorge il paese di Savoca, un piccolo borgo medioevale che nel 2008 è stato inserito tra “ I Borghi più belli d’Italia”. Qui il tempo sembra essersi fermato, si ha quasi la sensazione di essere stati catapultati nel passato, circa 50 anni fa, quando le automobili ancora non circolavano e la vita scorreva lenta ed armoniosa. Una passeggiata lungo le semideserte stradine del centro storico, circondate da antiche costruzioni, apre le porte a panorami che non possono lasciare indifferenti: lo sguardo spazia attraverso l’immensa e verdeggiante boscura, fino a perdersi all’orizzonte sul mare. Il tutto accompagnato da una pace ed un silenzio quasi mistico, come a volere conciliare l’ammirazione per lo splendido spettacolo della natura. La cittadina è nota per le diciassette mummie custodite nella cripta del Convento dei Cappuccini, le tre chiese ed il piccolo museo, ma l’attrazione principale è la connessione del villaggio con il film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Diverse scene del film sono state girate in questo piccolo borgo e gli appassionati insieme ai turisti abituali lo venerano come un reliquiario.

Panorama e chiesa di Santa Lucia, Savoca | © Simona Bonanno

Taormina

Taormina è situata a 200 metri sul livello del mare e domina un panorama dal quale si può ammirare lo Jonio e l’Etna, il vulcano più grande d’Europa. Una vista strabiliante che fa innamorare al primo sguardo. La cittadina è un susseguirsi di stradine, piazze e palazzi incantevoli. Le origini della città si possono far risalire alla preistoria: nella tarda età del Bronzo un gruppo di siculi si stabilì in cima ad una collina di fronte al mare sulla costa ionica della Sicilia. Nel piccolo centro urbano di Tauromenium trovarono rifugio nel V secolo a.C. gli abitanti di Naxos, distrutta da Dionisio I di Siracusa che la occupò. Seguì le vicende della Sicilia greca e romana. Con i bizantini le sue sorti, alquanto decadute, si risollevarono, e fu una delle ultime città a soccombere agli arabi. La dominazione islamica fu sempre mal tollerata, tanto che la cittadinanza insorse due volte. Dopo la seconda rivolta fu decretata la distruzione della città, cui sopravvisse solo la fortificazione a protezione di Naxos, chiamata TamberminNel XIII secolo, a seguito della fondazione di alcuni conventi, anche Taormina rinacque a nuova vita, rimanendo tuttavia sempre poco più che un villaggio. La sua fortuna ebbe inizio nell’Ottocento, quando, dopo la visita di Goethe che ne cantò le bellezze in tutta Europa, divenne quasi un must tra le tappe del “Grand Tour”. Il principale monumento cittadino è il Teatro Antico, non solo per il suo intrinseco valore artistico, ma anche per la scenografica posizione in cui è collocato. E’ il secondo teatro antico dell’isola dopo quello di Siracusa e fu costruito in epoca ellenistica. Modificato e ampliato successivamente fu adibito dai romani a venationes e combattimenti di gladiatori. Il teatro, la cui acustica è notevole, è utilizzato per spettacoli musicali e teatrali nella stagione estiva, e ospita il “Taormina Film Festival” che si svolge nel mese di giugno. Ai romani si deve anche la Naumachia, uno dei maggiori monumenti romani dell’isola. Si tratta di un grande terrazzamento, che proteggeva una ormai inesistente cisterna, nel quale pare vi si svolgessero battaglie navali. Palazzo Corvaja, elevato nel 400 su una struttura del secolo precedente, fu sede nel 1410 del Parlamento siciliano. Sul prospetto si sviluppa una fascia sulla quale furono incise in latino una serie di sentenze morali. Più in alto, al primo piano, si aprono grandi bifore. Assai pittoresco il cortile interno. Il Duomo, dedicato a San Nicola, fu edificato nel XIII secolo sull’omonima piazza. Nei due secoli successivi fu rimaneggiato. Nell’aspetto squadrato e severo ricorda le cattedrali normanne. L’elegante Palazzo dei Duchi di Santo Stefano, costruito fra il Trecento ed il Quattrocento, è un bell’esempio di architettura siciliana. Le possenti mura perimetrali sono alleggerite da bifore, quattro in basso e quattro più eleganti al piano nobile. Considerata una perla del mare di Sicilia, l’Isola Bella, una delle riserve naturali che meritano di essere visitate, è un isolotto cullato dal mare e collegato alla terra ferma grazie ad una lunga lingua di sabbia. Difficile non adorarla dopo aver visitato quelle coste e quell’acqua cristallina. La struttura dell’isola è più unica che rara, lo dimostrano la composizione delle rocce e la vegetazione sviluppatasi nonostante il ridotto spazio. 

il Corso di Taormina | © Simona Bonanno

Castello di Calatabiano e Gole dell' Alcantara

Il Castello di Calatabiano sorge su una collina alta 220 m s.l.m. e domina la foce del fiume Alcantara.
La prima documentazione certa relativa al castello di Calatabiano si rileva da una carta della Sicilia in cui il geografo e viaggiatore arabo rappresentava l’Isola e i suoi sistemi fortificati. Durante il perido di dominazione araba il Castello venne denominato Kalaat-al-Bian e fu probabilmente tale denominazione a trarre in errore gli storici che datarono il sito come Castello Arabo Normanno. Il sito in realtà ha origini antichissime, come testimoniato dalle recenti scoperte storico-archeologiche che lo fanno risalire alla prima migrazione coloniale greca a partire dal III secolo a.C. Si suppone però dai numerosi reperti e dai frammenti di ceramiche arcaiche che il sito monumentale di Calatabiano ebbe vita fin dal periodo preistorico, interpretando architettonicamente e culturalmente tutte le trasformazioni che le antiche civiltà del Mediterraneo vi apportarono nel corso dei millenni. Per consentire ai visitatori di raggiungere il castello in soli due minuti è stato installato un panoramico e modernissimo ascensore inclinato incastonato in una gola del Monte Castello che si affaccia sul fiume Alcantara.
Il Fiume Alcantara deve la sua fama proprio alle particolari formazioni laviche oggi visibili in diversi tratti del suo corso. In epoca preistorica il suo alveo è stato interessato dall’invasione di imponenti colate laviche provenienti dal Monte Etna. Tali colate raggiungendo l’antico alveo del Fiume ne hanno a più riprese ostruito o modificato l’andamento. Ed è appunto grazie all’interferenza tra le incandescenti, fluide e fumanti lave incanalatesi prima, e poi lentamente raffreddatesi lungo il corso d’acqua, che il Fiume Alcantara è divenuto una meta di grande attrazione per le meravigliose Gole di Larderia (denominate anche Gole dell’Alcantara) contornate da morfologie prismatiche di stupefacente bellezza. Inoltrandosi nelle spettacolari quanto anguste gole di contrada Larderia, risulta evidente come l’incessante scorrere delle acque e la conseguente erosione abbiano portato alla luce il cuore del corpo lavico, All’entrata delle Gole e possibile munirsi di di stivali-salopette da indossare per evitare di bagnarsi nelle acque, sempre molto fredde. Per i più intraprendenti è possibile praticare il body-rafting.

Gole dell’Alcantara | fonte: web CC0 Creative Commons

Etna

L’Etna è il più grande vulcano d’Europa, si eleva fino a 3.323 metri con una circonferenza al piede di 250 km circa ed ha un’area vulcanica complessiva di 1.400 kmq. Nonostante sia attivo le sue pendici fertilissime sono coltivate ed abitate da migliaia di persone. L’Etna, a cui sono legati vari miti e che fu definito da Pindaro “colonna del cielo”, è costituito da più centri eruttivi minori e due bocche eruttive maggiori, il Trifoglietto, che si trova dove oggi si estende la grandiosa Valle del Bove, ed il Mongibello. Da eruzioni vulcaniche del passato si sono originate curiose formazioni rocciose come i “dicchi” e le “bombe”, flussi lavici e masse laviche pietrificati, le “dagale” coperte di vegetazione e perfino i faraglioni che emergono dal mare presso Acireale. Sempre ad eruzioni vulcaniche si deve la conformazione di alcune zone come il salto della Giumenta e i Monti rossi. Il paesaggio vegetale etneo è caratterizzato da tre diversi piani altitudinali. Dalla costa a 1.500 metri s.l.m. abbiamo agrumeti, noccioleti, pistacchieti, uliveti e mandorleti. Di seguito i primi boschi composti da lecci, querce, castagni e pini. Tra i 1.500 e i 2.000 metri vi sono faggi e boschetti di betulla inframmezzati da grandi cespugli di ginestra. Infine nell’ultimo piano, vaste distese di ceneri e lapilli sono colonizzate da cespugli di spinosanto ultimo baluardo della vegetazione, insieme a cereasti, antemidi e seneci. Esistono parecchie possibilità per affrontare l’ascensione verso il vulcano e per visitare i suoi centri, per effettuare suggestive escursioni nei boschi, o infine per raggiungere altri ex crateri del complesso etneo. Molteplici sono gli itinerari per gli appassionati di trekking, da percorrere ovviamente accompagnati da guide specializzate. Sulle pendici dell’Etna è possibile fermarsi per un pranzo o una degustazione, nelle diverse cantine, durante il quale assaporare i vini che originano dai vitigni: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Merlot, Insolia, Pinot Nero, Sauvignon. Le uve maturate sulle pendici dell’Etna crescono in condizioni pedoclimatiche particolarmente favorevoli donando vini unici e di altissime qualità organolettiche.

 Crateri Silvestri, Etna | © Simona Bonanno

Catania

Città dai mille volti che fa pesare la sua storia lunga 28 secoli durante i quali è stata dominata da greci, romani, ostrogoti, bizantini, musulmani, francesi e spagnoli. Via Etnea è la strada che percorre e divide la città. Una passeggiata per questa via basta per rendersi conto delle bellezze straordinarie che offre Catania e per comprendere il motivo per il quale il barocco del suo centro storico è stato dichiarato Patrimonio dell’Unesco nel 2002. Da vedere la Collegiata, vale a dire la Chiesa di Santa Maria Santissima dell’Elemosina, la cui facciata barocca è meravigliosa. Alla fine di via Etnea si apre piazza del Duomo che ospita la cattedrale di Sant’Agata, la patrona della città. Questa cattedrale, costruita nella seconda metà del 1000, è stata più volte distrutta dai terremoti e dalle eruzioni vulcaniche. Di fronte al Duomo, proprio al centro della piazza, c’è “u Liotru“, la statua dell’elefante con sopra l’obelisco, il simbolo di Catania. L’opera fu realizzata nel 1737 dall’architetto Giovanni Battista Vaccarini e rappresenta le tre civiltà: quella punica (l’elefante è il simbolo della sconfitta dei cartaginesi), quella egiziana (con la presenza dell’obelisco, portato a Catania ai tempi delle Crociate) e quella cristiana, con la croce montata sull’obelisco. 

All’angolo di questa piazza c’è la fontana dell’Amenano, che prende il nome dal fiume sotterraneo che la movimenta e che scorre sotto la città. Proprio dietro questa fontana inizia il rinomato mercato del pesce. Fino all’ora di pranzo, infatti, la piazza e le vie intorno si riempiono di banchi e banchetti con i pescatori che vendono il proprio pesce. Il mercato rappresenta uno dei luoghi più caratteristici di Catania. Passeggiando per le vie del centro e ammirando le tante chiese barocche si possono gustare i prodotti tipici. Se si arriva a Catania non può mancare una visita ad Acitrezza, il borgo marinaro che si affaccia sulla riviera dei Ciclopi dove lo scrittore siciliano Giovanni Verga ambientò “I Malavoglia“, il suo romanzo più famoso. Catania offre un’intensa movida notturna. La città splende di mille luci di bistrot, ristoranti, taverne, jazz cafe e tutto quanto si potrebbe desiderare in una serata di vacanza che sia il caldo di agosto o un tiepido dicembre. Una grande metropoli racchiusa in una tipica città di mare siciliana.

Duomo di Catania | © Simona Bonanno

Siracusa

L’incantevole città è stata nel suo glorioso passato una delle più grandi metropoli del mondo antico e il capoluogo dell’isola nel periodo romano e in quello bizantino. Siracusa ha un patrimonio immenso sotto il punto di vista storico, archeologico e paesaggistico e nel 2005 è diventata Patrimonio dell’Umanità insieme con la Necropoli Rupestre di Pantalica. 
L’Isola di Ortigia costituisce la parte più antica della città di Siracusa, la prima ad essere abitata. Qui si trova il Duomo che è stato costruito nel V secolo a. C. come Tempio di Athena in seguito modificato e trasformato in una basilica cristiana. Poi ancora da ammirare Palazzo Arcivescovile, la Chiesa di San Martino e la Chiesa di Santa Lucia alla Badia.
 Da non perdere anche il tempio di Apollo, considerato il più antico dell’intera Sicilia. Fu edificato nel VI secolo a. C. e nel corso del tempo ha subito varie modifiche diventando chiesa, moschea e ancora chiesa, a seconda della religione dei dominatori. Sotto il dominio degli aragonesi fu trasformato in una caserma. Ortigia di sera si trasforma in un intricato dedalo di stradine che si illuminano in corrispondenza dei tanti ristorantini e locali che offrono deliziose pietanze tipiche.
 Si potrebbe rimanere diversi giorni per ammirare e comprendere a pieno il fascino di Siracusa, da vedere ed esplorare ci sono decine e decine di meraviglie come il Parco Archeologico della Neapolis, il Teatro Greco, il Castello di Eurialo e l’Orecchio di Dionisio. Da esplorare anche lo splendido mare della provincia di Siracusa. Ci si può spingere fino all‘Oasi di Vendicari, una riserva naturale, che offre paesaggi incantevoli e un mare meraviglioso.


Siracusa | fonte: web CC0 Creative Commons